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Blockchain. Oltre lo smart contract: nasce JUR

Alessandro Polli – Giugno 25, 2018

Come è noto, Ethereum è una piattaforma decentralizzata che genera «smart contracts» − protocolli informatici che supportano le varie fasi in cui si articola una transazione e garantiscono la certezza di esecuzione del relativo contratto senza necessità di intervento di terze parti – consentendo agli sviluppatori di automatizzare il workflow di un’ampia gamma di transazioni, il relativo registro dei debiti o delle promesse di pagamento, il trasferimento di fondi secondo modalità concordate − ad esempio, in esecuzione di un contratto future.

Tuttavia, osservano Massimo Amato e Luca Fantacci nell’e-book Per un pugno di bitcoin: rischi e opportunità delle monete virtuali, «la certezza nell’esecuzione dei contratti, che potrebbe apparire come un pregio degli smart contract, si scontra con l’incertezza intrinseca delle relazioni umane. Toglie ogni spazio all’interpretazione, alla discrezionalità, al giudizio nell’esecuzione del contratto». E aggiungono: «Vengono automaticamente a cadere, in tal modo, tutte le cause di nullità e di annullabilità del contratto che l’ordinamento giuridico prevede a tutela delle parti o di interessi generali».

Per esempio, nota Claudia Morelli in un articolo pubblicato oggi su Altalex, «se uno smart contract di compravendita di un bene si perfeziona con la consegna di un bene al domicilio dell’acquirente comprovata da un sensore sul pacco, cosa accade se il bene custodito nel pacco è, per errore, diverso da quello convenuto. Lo smart contract perfezionato con la consegna si è auto eseguito ed il prezzo è già stato pagato».

Di conseguenza, l’esistenza di tali piattaforme non elimina del tutto la necessità di tribunali e arbitrati. Con un problema: si tratta di istituti caratterizzati da una più o meno marcata inefficienza, che genera costi sistemici. La Banca Mondiale, con riferimento al caso italiano, stima che i costi giudiziari per garantire l’esecuzione di un contratto gravino per oltre il 23% del valore della causa, contribuendo a determinare il piazzamento del sistema giudiziario italiano al 108° posto sui 160 paesi classificati dalla Banca Mondiale stessa, mentre il costo legato al ricorso ad arbitrati nelle controversie commerciali a livello mondiale ammonta a 8,58 miliardi di dollari l’anno.

Una soluzione potrebbe provenire da JUR, startup svizzera creata da Pietro Bonomo (già fondatore di Viral Octopus Loop, un sistema di progettazione, sviluppo e gestione di e-commerce), Alessandro Palombo (avvocato) e Giotto De Filippi (esperto di blockchain).

JUR è un sistema legale decentralizzato su Blockchain che, come Ethereum, automatizza le fasi in cui si articola una transazione, la redazione di smart contracts, i pagamenti e, elemento di novità rispetto ad altre piattaforme, la gestione delle eventuali controversie, prevedendo a tale scopo l’istituzione di apposite giurie «popolari» on chain (i c.d. hub di «oracle») che pervengono ad una decisione entro 24 ore. Il tutto gratuitamente per gli utilizzatori della piattaforma.

Ovviamente, esistono accorgimenti sia per accelerare il processo di decisione di tali giurie, sia per evitare la collusione tra giudici.

JUR attinge a piene mani alla teoria dei giochi: infatti, basandosi sulle teorie matematiche di Schelling (premio Nobel per l’economia nel 2005), JUR introduce un meccanismo premiale in token, corrisposti agli arbitri nel caso in cui abbiano assunto decisioni equilibrate e corrette in tempi ristretti.

Al fine di evitare comportamenti collusivi, inoltre, non si possono sommare voti aggiuntivi se la maggioranza raggiunge il doppio dei voti della minoranza. Infine, i voti sono irreversibili: una volta espressi non possono essere modificati.

L’architettura prevede anche la possibilità di connessione di JUR ad altre piattaforme di delivery di beni e servizi, tramite apposite API.

L’ambizioso progetto, in avanzata fase di realizzazione, si concluderà nel quarto trimestre 2018 con la ICO.

Fonte: JUR official site

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